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Biografia di Francesco Cremonese

Francesco Cremonese nasce il 29 ottobre 1907 a Spresiano, in provincia di Treviso, in una famiglia con sei figli. Suo padre Ferdinando tenta due volte, nell’arco di dodici anni, la strada dell’emigrazione verso gli Stati Uniti, ma quando finalmente ha la possibilità di ottenere la cittadinanza americana, ritorna in patria per il richiamo alle armi del 1915.

Nel 1917, la prima linea del fronte italo-austriaco passa lungo il Piave. Tutto il paese viene evacuato, e la famiglia trova rifugio prima in Sicilia e poi, dal 1918 al 1920, a Livorno. Al suo ritorno, trova il paese natale completamente distrutto dai bombardamenti austriaci. Tutto è da ricostruire.

Francesco comincia a lavorare a undici anni come fabbro ferraio, prepara la licenza elementare ai corsi serali e a diciassette anni supera l’esame di ammissione a una scuola di aviazione.

Ma la situazione economica peggiora, e l’avvento del fascismo costringe il padre a una nuova partenza. Nell’ottobre del 1925, la famiglia al completo si stabilisce in Francia, vicino alla città di Saint Etienne.

Dal 1926 al 1930, Francesco frequenta i corsi che si tengono la sera e la domenica mattina presso la scuola di Belle Arti di Saint Etienne, ottenendo numerosi premi. Dal 1930 al 1932 prosegue la sua formazione artistica a Parigi, dove si iscrive ai corsi serali di modellatura e scultura della scuola d’arte di Place des Vosges, lavorando nel frattempo nell’impresa di Monsieur Seguin, specialista in monumenti storici.

Torna poi a Saint Etienne, dove dal 1932 al 1933 lavora come assistente dello scultore locale Rochette il quale, gravemente ammalato, gli affida i lavori di completamento del monumento dedicato a Pasteur Comte, poi la modellatura e scultura del monumento ai caduti di Saint Etienne e dei bassorilievi della Charité.

Nel 1935, Francesco è candidato a un posto di insegnante alla scuola di Belle Arti di Saint Etienne, ma si trova davanti a un rifiuto : è italiano.

E’ proprio alla scuola di Belle Arti di Saint Etienne, nel 1933, che gli viene l’idea della Venere di Brizet.

Il suo insegnante di scultura, Monsieur Batigne, parla spesso agli studenti della Venere di Milo : “oggi non esistono più scultori capaci di creare un’opera di tale bellezza”. Un giorno Francesco gli risponde, suscitanto l’ilarità dei compagni : “fra qualche anno, io ci riuscirò”. Da quel momento, l’idea diventa un chiodo fisso : “se riesci a farlo davvero, allora sei veramente uno scultore.”

Fin dall’inizio, il suo piano è chiaro : scolpire una Venere, spezzarla in più parti, seppellirla, e in tal modo sottoporla alla valutazione degli esperti. Scoprire se davvero è riuscito a raggiungere l’armonia tra anima e tecnica. Francesco è sicuro di possederle entrambe, infatti afferma : “ho intrapreso la creazione della Venere nello spirito di Fidia, lo scultore del Partenone”.

L’artista sa bene che in tutta l’opera di Fidia non esiste alcun nudo femminile (l’unico è stato distrutto nell’antichità), ed è su questa linea che lavorerà e concepirà la sua opera.

Non ha esitazioni, non procede per tentativi, è sicuro di sé : ha riflettuto tanto prima di cominciare ! Ordina un blocco di marmo statuario di Carrara, ma è tormentato da un dubbio : il marmo di Carrara ha una grana diversa dal marmo pentelico utilizzato dagli scultori dell’antica Grecia. Analizzando attentamente il materiale, un esperto potrebbe accorgersi della differenza...

Sceglie come modella una cameriera polacca, Anna Strudnicka, il cui fisico dalle proporzioni perfette gli sembra corrispondere ai canoni dell’arte greca. Comincia a lavorare nel 1934 in un locale del quartiere di La Terrasse, a Saint Etienne. Per la finitura trasporta la statua a casa sua, a Villars. Nell’ottobre del 1936, l’opera è conclusa.

Per far credere che si tratti di un’opera antica, bisogna frantumarla : Francesco spezza la mano destra che regge una mela, il braccio sinistro, il naso, la base all’altezza delle ginocchia.

Partono in tre, lui, il fratello Ruggiero e il padre. Col favore delle tenebre, trasportano la statua, che pesa circa 80 kg, su un carretto cigolante. Passando per vie traverse per non attirare l’attenzione, raggiungono a piedi la località di Brizet, una frazione di Etrat, nel comune di St-Just-St-Rambert, un luogo già identificato nel corso di passeggiate precedenti per la bellezza del panorama.

Sul percorso, nessun cane abbaia nonostante il cigolio delle ruote del carretto. Nella stradina accanto al luogo in cui stanno scavando, un contadino e il suo cane passano vicinissimi. I tre si sdraiano nella buca appena scavata, e il contadino non si accorge di nulla.

La statua viene seppellita nell’ottobre del 1936. Francesco pensa che sarà scoperta subito, alla prima aratura autunnale. Ma il campo non viene arato e l’inverno passa. Infine il primo maggio, incapace di resistere, Francesco prende la bicicletta e va a vedere.

Arrivato sul luogo, Francesco vede un monticello di terra, l’aratro e gli altri attrezzi abbandonati in mezzo al campo : il contadino Gonon ha appena scoperto la statua, il 28 aprile del 1937. Francesco torna a Villars, compra il giornale e legge il primo di quella che sarà una lunga serie di articoli.

Ma Francesco non dice nulla, aspetta in silenzio : vuole sentire il giudizio degli scultori, degli archeologi, degli esperti, “per sapere se avevo davvero compreso l’arte greca”, per sapere “se ne ero davvero capace, se ero un vero scultore”.

Per i dettagli della scoperta, della repertazione come monumento storico, delle perizie, rapporti, articoli di giornale ecc..., si veda il documentario “Histoire de la Vénus de Brizet” di Jean Tibi.

Francesco aspetta fino al 17 novembre del 1938, poi, ormai certo del giudizio positivo degli esperti, contatta un giornalista della rivista "Reflets" e fa sapere a tutti che è lui l’autore della Venere di Brizet.

Ma sta arrivando la guerra. Francesco e i suoi quattro fratelli rifiutano di obbedire al richiamo alle armi che giunge dall’Italia. I due maggiori vengono arruolati nel servizio di lavoro obbligatorio (STO) e trasferiti in Germania. Francesco sfugge al reclutamento grazie all’aiuto di un amico che lo registra come dipendente della manifattura d’armi di Saint Etienne.

Riprende il suo lavoro di scultore nel 1948/49, con quattro statue in pietra calcare : La charité, Les deux amies, e due teste di fanciullo.... Nel 1950 torna in Italia, al suo paese d’origine, dove sposa Romana Barbon, figlia di un contadino del luogo. Insieme rientrano in Francia, dove avranno tre figli. Nessuna opera gli sarà mai commissionata dagli enti pubblici. Francesco lavorerà tutta la vita come stuccatore e decoratore per mantenere la famiglia. A partire dal 1960, la sua produzione artistica comprende decine di sculture e di quadri, che formano un’opera completa caratterizzata da un continuo lavoro di ricerca teso alla rappresentazione dei sentimenti dei personaggi. Partecipa ad alcune mostre ed esposizioni in cui le sue opere non mancano di sorprendere il visitatore per la loro originalità.

Allontanandosi dallo stile classico, porta avanti lo studio di forme sempre più stilizzate, soprattutto nella rappresentazione di nudi femminili e di uccelli.

Esplora anche il campo della pittura, dove le sue opere appaiono impregnate della sua visione di scultore che mira all’espressione di qualità e sentimenti come la bellezza, l’ingenuità, l’innocenza, mettendo al primo posto la raffigurazione della donna, della madre, della Vergine.

Costantemente alla ricerca di nuove proporzioni in campo figurativo, senza mai varcare la soglia dell’astrazione, l’artista crea instancabilmente, senza mai dimenticare l’insegnamento degli scultori egizi e greci, né quello dei pittori del Rinascimento, in particolare di Piero della Francesca.

Francesco Cremonese porta avanti la sua ricerca lontano dal mondo artistico e mediatico, tornando saltuariamente alla ribalta in occasione di un articolo o di un’intervista. Rari sono gli appassionati che si interessano veramente alle sue opere di scultore e di pittore. Esse restano un patrimonio tutto da scoprire, che un giorno lo rivelerà come un grande artista del ventesimo secolo.